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Il
Cd-r allegato contiene i
seguenti brani musicali associati ai
progetti presentati:
“Sembianze”
(F.
Rampichini/G. G.B. Zotti)
“Stelle di
Sifnos”
(F. Rampichini)
“Prancing they
come” (F. Rampichini)
“Tacet” (F.
Rampichini)
“Cantiere” (F.
Rampichini)
“Monks” (F.
Rampichini)
“Impromptu II”
(F. Rampichini)
“Placenta”
(F. Rampichini)
“Serenata
per un satellite” (B. Maderna, ed. Ricordi, 1970)
Indice
Museo
Sensibile
di Ettore Lariani 1.
Musei e spettacolo
2. Museografia sensibile 3. Eventi multimediali. Tempo e musica 4. Ipertesti media_Formasuono© 5. Il trattino basso 6. Link sonorizzati e link sonori 7. Bacheche, plastici, virtualità; multiutenza concentrata 8. Monitor e disagio 9. Pannello versus monitor 10. Chioschi e totem 11. Museo senza fili 12. Ipertesto, questo (s)conosciuto 13. Esperire sensibile 14. Economia di rete e museografia 15. Progetti e parole 16. Il museo in rete 17. Musei d’impresa Riferimenti bibliografici
Nell’ambito
dei
numerosi Laboratori didattici, tenuti presso la Facoltà di
Architettura
Design del Politecnico di Milano, e da me coordinati, con la
fondamentale
collaborazione di numerosi e validissimi colleghi, abbiamo
continuamente
provato a domandarci le ragioni e la validità di alcune
abitudini
tipiche degli allestimenti dedicati ai Beni Culturali. Quali d’esse
sono
corrette, ammesso che lo siano state nel passato, come l’ipotesi del
silenzio? Innanzitutto
abbiamo operato una scelta che si è rivelata fondamentale: fra
noi
si volle concordemente attuare l’infradisciplinarietà. Ovvero
ciascuno
di noi s’è sempre impegnato a colloquiare anche nelle discipline
degli altri, pur nel rispetto dei rispettivi ambiti, anche molto
differenti
e specialistici. In
verità
le prime domande ci sono state offerte dalle ricerche compiute, con
grande
stimolo per tutti noi, da Diego Pasinato, studioso degli aspetti
collegati
alla cultura contemporanea delle tecnologie. La neo-oralità,
questa
è stata la prima via d’indagine, oggi sembrerebbe dominare la
cultura
attuale dell’informazione. In
un seminario,
al quale partecipò anche Derrick de Kerckhove, si convenne
inoltrarsi
in questa direzione: i messaggi che s’avvalgono della rete, o gli short
messages che ci scambiamo via telefono cellulare, sono in effetti una
neo
oralità, anche se digitati. Dunque, affermava Pasinato, anche
nei
musei è possibile trasportare le stesse analisi, proporsi
analoghe
ricerche. Insomma: può il suono, il conduttore principale
dell’oralità,
della neo-oralità, oppure il suono puro, la musica, entrare
negli
allestimenti museali? La
tradizione
vuole infatti che all’interno del museo, così come negli
allestimenti
per mostre a carattere culturale, il suono sia considerato come un
impedimento.
Un fastidio da rifiutare o da allontanare. Al punto che, se
l’allestimento
si avvale dell’apporto di audiovisivi, non solo il volume del suono
è
tenuto a livelli bassi (il che effettivamente può essere
positivo
in una cultura come la nostra che privilegia il vociare o addirittura
l’urlare),
ma vengono, tali audiovisivi, relegati in angoli poco adatti, come
fossero
oggetti vergognosi. In effetti il dibattito in questo caso riflette il
vecchio dilemma fra conservazione e fruizione dei Beni Culturali. In
generale,
probabilmente il fastidio avviene semplicemente perché il suono
non è ancora progettato per questi scopi. Non
vorrei trascurare
d’accennare ad un’aspetto che, in verità, meriterebbe uno studio
accurato e specifico, e che a mio parere va sempre evidenziato:
l’apparato
delle memorie collettive che, sostengo, sono il vero nucleo e la vera
ragione
dei Beni Culturali. La nostra ricerca più impegnativa parte
dalla
generale considerazione che oggi sono necessarie progettazioni adatte
per
tutte quelle memorie, e che intendono essere collegate ad un uso
collettivo
e diffuso. Allo scenario che s’apriva Ettore Lariani, che già lavorava da tempo sugli aspetti non certo secondari delle manifestazioni della comunicazione artistica, aveva sentito un forte interesse per la musica, intendendola come proposta e stimolo progettuale. Con il compositore Francesco Rampichini aveva da tempo aperto un dialogo che affascinò tutti noi. Essi parlarono allora di Forma Suono, come una sollecitazione ad ascoltare suoni nello spazio e intuire forme dal suono e per il suono. La
stessa struttura
culturale, che è lo scenario che supporta il museo e il suo
allestimento,
non potrebbe essere anche quella del mondo musicale? Quali sono
però
i linguaggi propri della musica che possono collaborare alla
comunicazione
dei contenuti culturali della raccolta? Dunque non si parlava
d’apparati
o di tecnologie allestitive, ma di strutture mentali e di mappe di
riferimento
(come ripeteva da tempo anche Giorgio Riva, anch’esso impegnato in quei
laboratori didattici), e di strutture e logiche ipertestuali applicate;
in questo l’importante contributo di Marco Maiocchi . L’organizzazione
dei percorsi del museo, o del sito nel quale esiste un Bene Culturale,
sono aspetti sempre subordinati alle caratteristiche di comunicazione e
alle peculiarità della collezione. S’impone la necessità
di realizzare un sistema del sapere, con i suoi orientamenti. L’allestimento,
sia per musei sia per le mostre o altro campo d’applicazioni
simili,
è un intendimento progettuale che suppone e quindi propone
soprattutto
un processo. Questo intendimento vuole conseguire un’intenzionale
diversità,
ambientale o d’altro genere, cercando una strategia di metafore. In
altre
parole si ripropone una realtà diversa, ma collegata
strettamente
alla cultura che sovrintende e controlla l’allestimento: propone una
finzione
strategica e finalizzata. Queste questioni, va ricordato, sono state
una
parte delle indagini di Nicola Marras e di Silvana Annichiarico e
infine
mie. La
comunicazione,
ecco l’azione importante, dei contenuti aderenti alle memorie
collettive,
era il tema d’interesse generale, e sembrava essere molto promettente
per
le nostre ricerche il nuovo terreno d’indagine. Poteva il suono trovare
voce, è il caso di dirlo, nella metafora, utilizzando il suo
mondo,
e verificarne l’appartenenza alle strutture culturali, ai depositi
delle
memorie, con un più vasto utilizzo che non quello, a volte
denigrato,
dell’audiovisivo? In quali forme si possono supporre le comunicazioni,
allorchè sono basate su tecniche o arti sonore? Trovavano dunque
largo spazio tutte quelle istanze che solitamente rendono interessante
la progettazione. Sottolineo volutamente il carattere composito del
suono
(voci, rumori, musica, e altro) che, per noi, ha valore di tecnica o di
tecniche, e, importante, d’arte. In
più,
mentre l’ambito artistico sembra accumulare continuamente, l’ambito
scientifico
pare privilegiare l’analisi critica. Perciò come verificare
certe
espressioni di comunicazione, come per esempio proprio quelle della
musica,
così intellettuale, così umana da sfuggire apparentamente
a classificazioni e a ordini precostituiti? Come
fare riflettere
le eventuali conclusioni in un ambito progettuale? È possibile
progettare
l’immateriale? Interessante dunque affrontare il problema che è oggi posto dalla virtualità, una situazione che elude il luogo e soprattutto la sua sacralità, e che oggi impegna molte discussioni. Eppure è da secoli che il suono non elude, ma propone la virtualità e ripropone la sacralità. Dimostra che l’immateriale è continuamente progettato e riprogettato. E non ultimo, il carattere rappresentativo del suono corre lungo strade parallele e possiede quegli stessi caratteri, credo, che hanno i monumenti, oggetti urbani speciali e dei quali le nostre ricerche s’occupano grandemente e approfonditamente, anche a causa del peso che ambedue hanno nelle memorie e nel persistere nella cultura. Così come abitano riconosciuti riferimenti al simbolismo, ai valori sintattici, al rito, in ambedue le aree culturali: il suono e lo spazio antropico e architettonico. Ricordando dunque
che il progetto è il nostro scopo finale, avere sollecitazioni
così
interessanti e nuove, significa ragionare a livelli molto
diversi.
Come già ho detto, essi possono essere anche specifici e
tecnici,
ma in verità tutti cerchiamo ciò che, nel linguaggio
comune,
chiamano bellezza. In fondo l’espressione, la composizione e l’armonia
sono il nutrimento comune al nostro mestiere. Ci dobbiamo servire,
è
vero, è naturale, della ragione e di alcune tecniche. Sappiamo,
anche, che tecnologia non esprime necessariamente un’ideologia.
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